Virus, l’inferno dei morti viventi

Ci sono cose che non bisognerebbe mai fare. Chiamare qualcuno dopo le due di notte, per esempio. Potete essere certi che mai una volta nella vita vi succederà di dire qualcosa di sensato a qualcuno chiamandolo dopo le due di notte. Finirete sempre risvegliandovi il mattino successivo con la terribile certezza di aver detto tutto quello che MAI avreste voluto dire.

Mischiare alcolici come se non vi fosse un domani. Anche questa è una di quelle cose che non dovreste mai fare nella vita, sia perchè il mattino successivo potreste risvegliarvi con il peggiore delle doposbornie, sia perchè solitamente è il prodromo per la telefonata notturna che, lo ricordo ancora una volta, solitamente costituisce LO SBAGLIO.

Ma, soprattutto, se c’è una cosa che non dovreste mai, mai e poi mai fare è riguardare un film horror italiano degli anni ’70/’80 che tanto vi ha appassionato quando avevate tredici/quattordici anni. Se adesso ne avete trenta o giù di lì, ve ne pentirete. Sicuro come l’oro. Gli effetti speciali che tanto vi avevano impressionato ora appariranno per quello che sono in realtà: pezzi di plastica e di carne comprata un tanto al chilo alla macelleria sotto casa, tenuti insieme con dello scotch. Le trame… oddio le trame si paleseranno per la loro assenza e le intepretazioni degli attori: quali interpretazioni? Attori?

Insomma, tutto quello che c’era di bello nella vostra mente sparirà, come lacrime nella pioggia.

Questo preambolo per parlare di Virus, l’inferno dei morti viventi, film di Bruno Mattei (firmatosi per l’occasione Vincent Dawn) recentemente rivisto grazie a papà You Tube (http://www.youtube.com/watch?v=zyKMl8MpOXo).

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Cosa si può dire di un film come Virus, ora che i quattordici anni li ho passati da un pezzo e che l’avvento del digitale ha stravolto l’intera concezione di magia del cinema? Niente, o quasi, di buono.

Virus nasce nel 1980 come ovvia prosecuzione della moda zombesca dell’epoca. Nel 1978 era uscito nelle sale L’alba dei morti viventi (aka Zombi) di George A. Romero che aveva sbancato i botteghini di tutto il mondo. In Italia il successo del film era stato ancora più importante, grazie anche al nome Dario Argento scritto bello in grande sulla locandina. All’epoca l’Argento nazionale non era ancora diventato quel triste regista di oggi (ci ritorneremo su) e quando metteva mano a qualcosa, solitamente ne usciva un capolavoro. Per il film di Romero, Dario si occupa di eseguire un montaggio differente rispetto all’edizione americana, sforbiciando quelle parti che riteneva rallentassero troppo il ritmo e, soprattutto, cambiano la colonna sonora e ingaggiando i Goblin di Simonetti. Come detto, il film incassa bene e se c’era una cosa che l’ambiente cinematografico italiano sapeva fare in modo grandioso all’epoca era prendere un prodotto di successo e replicarlo più e più volte, estremizzandone le caratteristiche e declinandolo in mille sottogeneri. Che si trattasse di un poliziesco, un thriller, un horror, un western, gli italiani lo prendevano e facevano “di più”. Più era meglio.

Ovviamente i mezzi tecnici non erano quelli degli “Ammericani”, che si sa, loro da quel punto di vista non li batte nessuno, nemmeno oggi che c’è la crisi e che la maggior parte delle produzioni vengono fatte con delle copie di Adobe After Effect, ma rispetto a loro, gli italiani avevano due enormi vantaggi: una macchina produttiva più piccola ma molto più agile che permetteva di sfornare film a ciclo continuo e, soprattutto, controlli e censure molto meno stringenti con l’ovvia conseguenza di garantire una “follia creativa” quasi incontrollabile.

L’alba dei morti viventi fornisce quindi la base sulla quale fondare il filone degli Zombie-movie che occuperà grosso modo gli anni ’80 nella loro interezza e che verrà mischiato con gli altri filoni dell’epoca, i Cannibal-movie in primis. Nel 1979 Lucio Fulci gira il suo capolavoro Zombi 2 e da lì in poi è il delirio.

Nel 1980, come detto, il pubblico può assistere a Virus. Il regista è Bruno Mattei e insieme a lui collabora Claudio Fragasso. Il film si ispira chiaramente, o per meglio dire plagia in più punti, il capostipite romeriano della serie.

Quando si parla di macchina produttiva snella e di grandezza di idee, basta guardare al film per capire di cosa si stia parlando. Da un lato, l’aspetto tecnico e recitativo è di bassissima lega. Molte scene sull’isola vengono riprese da un precedente film di Mattei, Nuova Guinea: l’isola dei cannibali. Gli attori forniscono una interpretazione amatoriale e i personaggi non sono altro che delle macchiette il cui unico scopo è quello di morire nei modi più atroci e dolorosi possibili. Dei quattro soldati non si riesce quasi a ricordare il nome, fatta eccezione per il soldato Santoro, l’unico ad essere costantemente sopra le righe (per lui la definizione di personalità borderline sarebbe un eufemismo) e ad avere la peculiare caratteristiche di scandire la metà delle proprie battute urlando. Il make-up degli zombi oscilla tra l’imbarazzante (una spolverata di bianco sulla faccia e via), ad alcuni effetti prostetici decisamente dignitosi e ben fatti.

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Per quanto riguarda la scrittura e le idee, siamo di fronte a un curioso caso in cui vertici di bellezza e bruttezza vengono toccati con convinzione e, anzi, con una quasi fastidiosa ricercatezza. Abbiamo detto di come il film rappresenti in molte situazioni una sorta di plagio del film di Romero. Dalle divise dei quattro soldati protagonisti, identiche a quelle dei soldati di Romero, all’intera scena dell’attacco delle forze speciali all’ambasciata, identica o quasi a quella del capolavoro del ’78 (addirittura viene inquadrato per primo un poliziotto che sembra essere la fotocopia del poliziotto razzista romeriano). La colonna sonora, inoltre, è dei Goblin, ma non viene scritta una nuova partitura per il film. Semplicemente, si prende quella realizzata per Zombi e la si riutilizza senza vergogna. Non so come siano poi state risolte le questioni monetarie riguardo a diritti d’autore e quisquillie simili (quelli erano i fantastici anni ’80, ricordiamolo, quasi un altro mondo).

Eppure questo film ha anche dei pregi. Parlando di estremizzazione dei modelli americani, Virus ne è un ottimo esempio. Le scene gore e splatter vengono spacciate un tanto al chilo e non si bada molto al sottile. Inoltre, il già evidente sottotesto politico di Zombi, in Virus viene ulteriormente fortificato in un tentativo di politicizzazione e di moralizzazione che, francamente, mancherà a tutto il resto della produzione del decennio (la quale punterà semplicemente sul divertimento e sul fare cassa). Mentre infatti il film di Romero vuole essere una critica al consumismo occidentale, in Virus ad essere messo sotto accusa è l’intero sistema mondiale con la sua suddivisione tra Primo e Terzo Mondo. A scatenare l’epidemia di non-morti, sarà infatti un incidente in una central-laboratorio, dove si sta cercando di risolvere il problema della sovrappopolazione nel modo più drastico e veloce possibile: fare in modo che i poveri si mangino tra di loro.

Sicuramente una soluzione questa molto coraggiosa, che certo non brillerà per sottigliezza ma che comunque serve a fornire a questo film una ragion d’essere che non sia puramente commerciale.

inoltre, sempre al contrario di molte produzioni successive, questo film mostra un po’ più di dinamismo con un discreto numero di locations e una trama appena più complicata del girovagare per la giungla in attesa di farsi mangiare.

Quindi è un buon film? No. Come dicevo nell’introduzione, questo è un film che può esaltarti quando hai quattordici anni (o poteva, adesso il confronto con film analoghi moderni è impietoso), ma rivisto in età adulta mostra una tale quantità di errori, ingenuità, debolezze strutturali e di scrittura da non poter essere definito un bel film. Resta però un film coraggioso, segno di un tempo in cui la nostra cinematografia poteva permettersi di competere con i Re di Hollywood, fregandosene dell’etichetta.

Postilla: siamo negli anni ’80 e, ovviamente, in una produzione di serie B non può mancare la scena di nudo. In questo caso, il come ci viene presentata è addirittura esilarante: la fotografa francese Lia, il suo assistente e i quattro soldati sono dispersi nella giungla. A un certo punto si rendono conto di essere penetrati in un territorio abitato dai selvaggi. “C’è un solo modo per uscirne vivi,” dice lei e con un fantastico primo piano si slaccia la camicetta, restando nuda. Nella scena dopo, precede la jeep dei protagonisti, nuda e pittata come un selvaggio. Impagabile!

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