The walking dead, so far

Strana vicenda, quella di The walking dead. La serie tv del canale AMC ha inanellato sin dalla prima stagione una serie di record di ascolti da far impallidire concorrenti ben più blasonati e rappresenta insieme a Mad Men il fiore all’occhiello dell’emittente. Eppure, nonostante la seconda stagione sia stata un crescendo di spettatori, è stata anche duramente criticata e al suo termine lo showrunner Frank Darabont è stato sostituito da Glen Mazzara. Quest’ultimo ha inaugurato la terza stagione e nella sua prima metà ha saputo eliminare quei difetti che erano stati portati alla luce fino a quel momento, eppure la AMC ha annunciato la sua defenestrazione e il conseguente nuovo showrunner per la season numero quattro: Scott M. Gimple. Questo, nonostante il continuo crescere degli ascolti e gli apprezzamenti unanimi per il nuovo corso dato allo show. Non a caso, forse, nella seconda metà della terza stagione si noterà una involuzione e un ritorno agli stilemi della season 2.

Ma vediamo la faccenda più in dettaglio. The walking dead viene tratta dall’omonima serie a fumetti di Robert Kirkman, qui anche in veste anche di produttore esecutivo. La serie racconta di un mondo post-apocalittico in cui i morti sono tornati in vita e si cibano dei pochi vivi sopravvissuti. Contrariamente a tanti film e storie dell’orrore del
passato con protagonisti gli zombi, Kirkman nel suo fumetto ha cercato di sfruttare i morti viventi come pretesto per raccontare invece le interazioni sociali di gruppi di
persone più o meno ristretti, quando gli stessi vengono sottoposti a situazioni estreme e in cui ogni forma di controllo istituzionale viene meno. In parole povere: se togli alle persone ogni forma di controllo, se le spingi a fondo in una situazione in cui gli scrupoli morali possono essere pericolosi come, se non più, delle armi stesse, cosa
succede? Quando la civiltà organizzata collassa, le persone che la componevano possono mantenere un barlume di decenza, o diventano delle bestie, primitive quanto gli zombi stessi?

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Per raccontare questa deriva, Kirkman si affida principalmente al suo protagonista principale, lo sceriffo Rick Grimes. Nel primo numero del fumetto lo troviamo appena
risvegliatosi dal coma in un ospedale deserto. Scopriamo subito che è stato gravemente ferito durante un’azione di polizia poco prima che il mondo crollasse a seguito dell’invasione degli zombi. Grimes al suo risveglio è quindi inconsapevole della situazione e si trova in una situazione di svantaggio rispetto a tutti gli altri
sopravvissuti: mentre gli altri hanno avuto modo di affrontare la situazione, venendone più o meno trasformati, Rick è ancora “integro”, ancora perfettamente ancorato ai valori di un mondo che non esiste più. Anzi, ancor peggio: da ex-difensore di una legge che non ha più motivo di esistere, è doppiamente svantaggiato poichè ora concetti quali legge, ordine, onore, sono non solo svaniti, ma addirittura pericolosi. Nel corso della serie a fumetti, lo sceriffo riuscirà a ritrovare la sua famiglia, composta dal figlio Carl e dalla moglie Lori, unitasi ad un piccolo gruppo di sopravvissuti capitanati dall’ex collega ed amico di Rick, Shane. Al di là di svariati elementi “di distrazione” che servono a rendere la trama avvincente, quali una notte di passione passata da Lori con Shane quando ancora loro credevano che Rick fosse morto, e la conseguente rivalità tra i due uomini che sfocierà nella morte di Shane per mano del piccolo Carl, la serie a fumetti si distingue per la magnifica descrizione psicologica che viene fatta dei personaggi. Chi non mostra capacità di adattamento finisce per soccombere e in questo la trasformazione graduale di Rick è emblematica e perfettamente descritta: dal paladino del bene che è all’inizio della storia, sempre alla ricerca della soluzione migliore per salvare tutti, lentamente l’ormai non più tutore dell’ordine diventa un dittatore e un uomo dal senso pratico, che non sprecherebbe una pallottola per salvare uno sconosciuto e che non esita a sparare a sangue freddo ad un ex detenuto che si frappone fra la salvezza, rappresentata dalla permanenza in una prigione semi-abbandonata, e il gruppo. Il fumetto si contraddistingue anche per la sua crudezza e la sua imprevedibilità: chi è inutile o inadatto, come detto, muore, ma non solo. Anche personaggi che in una normale serie a fumetti sarebbero intoccabili, qui se l’evento è utile alla narrazione muoiono. Esempio clamoroso è la morte della moglie Lori e del bambino appena nato, uccisi dal Governatore al termine del ciclo dedicato alla prigione (numero 48 della serie). Nessun fumetto seriale avrebbe mai osato tanto, prima d’ora.

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La serie televisiva ricalca grosso modo le vicende raccontate nel fumetto e la conclusione della terza serie ci porta allo scontro tra Rick e il Governatore. Anche la serie televisiva vuole sfruttare gli zombi come pretesto e affrontare l’apocalisse da un punto di vista maggiormente intimista. Per portare a termine il compito si sceglie di
puntare su Frank Darabont, un ottimo regista che ha dimostrato più volte di essere in grado di avere questi temi nelle proprie corde. Sue sono ad esempio alcune delle migliori trasposizioni di romanzi del Re Stephen King: Le ali della libertà, Il miglio verde e The mist. Da notare come Le ali della libertà e Il miglio verde siano due opere dal profondo carico emozionale ed umano, mentre The mist sia la storia di un gruppo di persone assediata all’interno di un piccolo supermercato da un’orda di mostri . Tutti temi e atmosfere che possiamo trovare in The walking dead, insomma. La mano di Darabont si vede anche nella scelta di alcuni elementi del cast, tra cui possiamo trovare Laurie Holden nella parte di Andrea, già vista in The mist e The majestic (altro film strappalacrime sull’America delle persecuzioni maccartiste con protagonista un serissimo Jim Carrey) e Jeffrey DeMunn, quasi un attore feticcio per il regista visto che lo troviamo in Le ali della libertà, Il miglio verde, The mist e The majestic.

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Mentre la prima serie, composta da soli sei episodi, frantuma ogni aspettativa in fatto di ascolti e di ricezione, pone le basi nella descrizione del mondo post-apocalittico e
si interessa dell’introduzione dei suoi protagonisti, (aggiungendo peraltro alcuni personaggi non presenti nel fumetto originale) i problemi cominciano a sorgere con la seconda stagione. Si passa per prima cosa da sei a tredici episodi. La lunghezza quindi raddoppia e questo non sarebbe un grosso problema, se non si decidesse di ambientare l’intera stagione all’interno della fattoria degli Hershel dove i nostri fuggiaschi si rifugiano. Nella serie originale, questa storia occupa un arco di tre soli numeri, mentre le vicende raccontate nella prima serie ne occupavano nove. La matematica non mente: il doppio degli episodi, per un terzo delle vicende. La seconda stagione può essere divisa in due tronconi: i primi sei episodi raccontano delle ricerche di una bambina scomparsa, Sophia, e dell’uso della fattoria come campo base provvisorio, mentre gli ultimi sette episodi raccontano della accettazione definitiva del proprietario della fattoria Hershel del gruppo e della distruzione della fattoria per mano di un’orda gigante di zombi. Visto il numero elevato di episodi e il numero limitato di eventi che viene raccontato, l’attenzione viene spostata da Darabont dalla lotta contro gli zombi alle lotte intestine del gruppo, dove vigono molteplici punti di vista su come confrontarsi con gli zombi e con gli altri sopravvissuti. Si creano così molteplici schieramenti formati da chi vuole seguire vie d’azione più esplicite, a chi vuole semplicemente restarsene nascosto, a chi non vuole abbandonare la propria umanità rifiutandosi di eliminare preventivamente chiunque possa spifferare l’esistenza della fattoria ad altri gruppi di sopravvissuti. Il problema è che tredici episodi di drammi morali e di discussioni filosofiche sono eccessive e il ritmo ne soffre altamente. Fortunatamente non mancano momenti gore di altissimo livello e la tensione che viene accumulata per svariati episodi alla fine deflagra con violenza: è il caso dell’epurazione degli zombi presenti nel fienile al termine del ciclo dedicato a Sophia e della battaglia finale contro l’orda di zombi. Ma far dire qualcosa ai protagonisti in modo esplicito è molto meno potente rispetto a farlo capire tramite le azioni.

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Gli ascolti salgono, ma si vede che ai dirigenti della AMC e a Robert Kirkman la piega che stanno prendendo gli eventi non piace più di tanto e così prima che la seconda
stagione finisca si annuncia il successore di Darabont: Glen Mazzara, già autore di alcuni script interessanti per la serie.

Mazzara, sin dal primo episodio, mette in chiaro la sua personale opinione di come vada gestita la serie: via i tanto temuti pistolotti filosofici, dentro più azione e
praticità. La storia riprende mesi dopo l’ecatombe che ha chiuso la serie precedente. I protagonisti sono sopravvissuti all’inverno girovagando per l’America devastata e hanno imparato che per sopravvivere devono agire velocemente e in silenzio. Perfetto contrappunto alla precedente gestione è l’incipit del primo episodio, muto, in cui i fuggiaschi si impadroniscono di una catapecchia senza dirsi una parola, sparando agli zombi con pistole equipaggiate con rudimentali silenziatori. Praticità ed ingegno. Nel corso della prima metà della stagione Mazzara fa piazza pulita dei personaggi che per intere puntate si sono trascinate senza uno scopo o che ormai non avevano più nulla da dire e si occupa di descrivere la trasformazione di Rick e dei suoi compagni. In questo spicca ulteriormente la metamorfosi di Carl, che da ragazzetto irritante diventa uno spietato giustiziere: non si farà infatti scrupoli ad ammazzare un ragazzo arresosi durante l’attacco alla prigione nel season finale.

Successo di critica e di ascolti sembrano un toccasana e una protezione sufficiente e invece a sopresa arriva l’annuncio della AMC: a causa di divergenze artistiche anche Mazzara a fine stagione verrà sostituito. Voci dicono che non sia piaciuta a Kirkman la sua idea di far morire Andrea, personaggio che nella serie a fumetti è ancora vivo e vegeto (per altre differenze tra serie tv e fumetto potete guardare QUI). Comunque, la serie prosegue e nuovamente ci ritroviamo nella situazione di avere i protagonisti che girano a vuoto per molti episodi, in attesa dell’evento finale, lo scontro tra gli abitanti della prigione e gli abitanti della cittadina-fortezza Woodbury.

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Nonostante nel corso della seconda metà della stagione vi siano alcuni degli episodi migliori della serie, tra cui il sottoscritto vorrebbe mettere Clear, quello che nasce dalla sua visione è un senso di frustrazione: tante cose potrebbero accadere, viste le premesse, e poco in realtà accade. Il disappunto maggiore poi è per il season finale, quando la tanto attesa battaglia viene mostrata come una scaramuccia di pochi minuti e lo scontro tra il Governatore e Rick non si consuma, con il Governatore in fuga e disperso nel nulla. Un bel dito medio alla nostra attesa, insomma.

Con adesso il dubbio di quello che potrebbe succedere, nel prosieguo della storia per quanto, unica nota positiva, il nuovo showrunner sarà l’autore del già menzionato Clear. Ma tra lo scrivere un buon episodio e il gestire uno show la differenza è molta. Se poi si parla di una serie in cui gli showrunner hanno la stessa longevità degli zombi di cui stanno raccontando, allora c’è poco di cui essere ottimisti.

Per inciso, contrariamente a tante critiche che ho letto, ritengo comunque migliore la seconda serie rispetto alla terza (o meglio, alla seconda metà della terza). Nonostante il ricorrere a discorsi moralistici e a un continuo avvitamento su se stesso degli eventi, il lavoro degli attori è nettamente più interessante (Shane su tutti) e la presenza delle scene madri a metà e fine stagione sono comunque più soddisfacenti per lo spettatore di quanto non sia lo scialbo finale di questa ultima stagione. Non possiamo fare altro che aspettare e sperare (da qualche parte c’è una mano che deve essere ancora amputata, come i lettori del fumetto ben sanno).

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Il Diavolo

Nello spazio l’assenza di gravità è un fatto. Per i primi astronauti ai tempi della Guerra Fredda usare le penne a sfera era un problema: non essendoci gravità, l’inchiostro non poteva scendere e di conseguenza le penne non scrivevano. Gli Stati Uniti misero un team al lavoro per trovare una soluzione e dopo mesi di lavoro realizzarono un prototipo di penna con un complicato sistema a pompa che spingeva artificialmente l’inchiostro verso il basso. Costo totale dell’operazione: un milione di dollari. I Russi trovarono una soluzione alternativa: usare le matite. Costo: venticinque centesimi.

Questa storiella non ha alcuna attinenza con il film che sto per raccontarvi ed è inoltre scientificamente inesatta, oltre che essere probabilmente una leggenda urbana. Se da un lato le matite indubbiamente riuscirebbero a scrivere correttamente anche in assenza di gravità, le particelle libere di grafite che essere rilascerebbero rappresenterebbero comunque un rischio per la strumentazione di bordo. L’utilità di questo aneddoto risiede nel mostrare però il diverso approccio mentale che ha sempre contraddistinto americani e russi. Se da un lato abbiamo una maggiore ricerca dell’eleganza delle soluzioni, dall’altro abbiamo un maggiore senso pratico. Gli americani perfezionano i progetti dei missili per spedire l’uomo nello spazio, risparmiando su peso, ottimizzando l’aerodinamica, limitando il consumo di carburante? I russi semplicemente costruiscono missili più grossi.

Cosa c’entra questo preambolo con il film che sto per andare a raccontare? Non molto, visto che si tratta di un film polacco e non russo, ma vista l’epoca in cui è stato realizzato l’influenza del partito comunista russo in Polonia era ancora grande e proprio questo voleva andare a raccontare il regista, ovviamente mascherando la trama per non incorrere nella repressiva censura di partito.

Diabel è del 1972 e viene diretto da Andrzej Żuławski, regista che poi diventerà famoso anche al di qua della cortina di ferro per aver realizzato il film Possession con Sam Neill e per aver lavorato con attrici come Sophie Marceau, Isabelle Adjani e Romy Schneider (con la Marceau avrà anche una relazione durata quindici anni).
Stiamo parlando di un’opera complessa, in cui il suo autore vuole ottenere molteplici scopi. In primo luogo vuole raccontare la condizione attuale della propria nazione, la Polonia, soggiogata dal governo di Mosca. prendendo spunto da un fatto avvenuto alla fine degli anni Sessanta: durante una manifestazione, un gruppo di pacifici studenti viene provocato dalle autorità comuniste, che sfruttarono l’evento a loro favore per aumentare la repressione e arrestare chiunque fosse ritenuto scomodo. Logicamente Zuławski non può raccontare direttamente questa vicenda, quindi retrodata il suo film nel Diciottesimo secolo e decide di raccontare un evento simile: l’invasione della Polonia da parte della Prussia e la sua successiva spartizione avvallata dal parlamento polacco. Questo, insieme ad altre due successive spartizioni, porterà la Polonia in uno stato di caos e decreterà in futuro la fine della Confederazione Polacco-Lituana. Nella mente del regista ovviamente la Prussia non è altri che il governo comunista russo, rappresentato poi in modo ancora più specifico dal Diavolo e da tutto l’insieme di spie e cospiratori che animano la vicenda. La Polonia raccontata dal regista è lo specchio perfetto della Polonia sua contemporanea, dove gli spettri della Guerra Fredda si agitano senza sosta, dove le spie comuniste e quelle americane proseguono la loro partita a scacchi a scapito dell’indipendenza e della serenità della nazione.

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Ma non dobbiamo pensare al Diavolo rappresentato da Żuławski come ad un essere demoniaco, puzzolente di zolfo e vomitante robaccia verdastra. In questo caso, il Diavolo è un uomo, una spia del governo prussiano che si sta insediando e che deve sventare una cospirazione volta a far fallire l’invasione. Per fare questo, il Diavolo libera un giovane soldato, Jakub, rinchiuso in una prigione all’interno di un convento. Jakub è stato arrestato per regicidio e la sua salute mentale è già pericolosamente sul baratro. Allucinante è la scena d’apertura, con il Diavolo che si aggira all’interno del convento-prigione, dove i soldati feriti e sconfitti sono in un lago di sangue, mentre le monache corrono avanti e indietro, incapaci di trovare una soluzione. Una volta trovato il giovane, il Diavolo lo libera senza rivelargli le sue intenzioni e fugge dal convento insieme ad una monaca, rapita con l’intento di lasciarla a Jakub per diletto e svago durante il suo ritorno a casa. Qui, il Diavolo mostrerà al giovane soldato come tutto sia andato in malora durante la sua prigionia. La sua fidanzata è incinta e si sta sposando con il suo amico, ex compagno di rivoluzione. Il padre si è suicidato, mentre la madre è una prostituta che gestisce un bordello e la sorella è una squilibrata anch’essa sull’orlo della prostituzione.

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Durante tutta la sua peregrinazione Jakub incontrerà dei personaggi che, nelle intenzioni dell’autore, vogliono essere una maschera di quella che è la sua idea della Polonia attuale. La compagnia di attori, impegnata emblematicamente a rappresentare l’Amleto, è un’efficace modo di raccontare l’anarchia e il caos del paese del regista. La madre-puttana, che si scoprirà essere anche una spia pronta a vendere informazioni a chi le paghi, vorrebbe essere la Polonia stessa, debole, storicamente sempre divisa internamente e per questo motivo sempre campo fertile per le conquiste straniere. Durante il corso del film, il Diavolo si presenterà come un essere machiavellico, che spingerà sempre più nella follia il protagonista, portandolo ad uccidere indiscriminatamente quegli esempi di lordura morale che sono rappresentati da tutti quelli che lui conosce. Nel finale, avremo la spiegazione dei suoi gesti: scopo del Diavolo era infatti quello di scoprire i nomi di tutti i cospiratori anti-prussiani impegnati nell’organizzare una nuova rivolta contro il neoinsediato governo. L’unico modo di ottenere quei nomi era quello di rompere le barriere mentali di Jakub, che nel finale verrà ucciso dalla spia vittoriosa. Nel sorprendente controfinale, il Diavolo verrà ucciso e si trasformerà in un cane (?). Ad ucciderlo la monaca rapita all’inizio, unico elemento in tutto il film che cerchi di opporsi alla sua opera.

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Come detto ci troviamo di fronte ad un film grandioso, sicuramente non semplice da fruire ma che racconta perfettamente l’orrore dell’uomo e delle sue azioni. Durante tutta la narrazione assistiamo alla costante depravazione di uno Stato ridotto a brandelli, in cui la sua popolazione ha perso ogni speranza e per questo motivo diventa dedita ad ogni sorta di depravazione. Fantastica per esempio la scena ambientata nel bordello, con il quasi incesto tra Jakub e la inconsapevole madre, e il suo successivo incontro con la giovane prostituta che gli mostra le gabbie dove vengono tenuti gli uomini e gli animali “per fare pratica”. Tutto è subdolo, tutto è decadente. Persino l’arte è incapace di una qualsiasi forma di riscossa: gli attori di teatro sono solo dei folli, dei dementi che inscenano un dramma che vuole essere lo specchio della loro stessa situazione, in cui lo Stato viene occupato da un leader corrotto, omicida, rozzo e indegno.

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Jakub viene guidato dal Diavolo e compie la sua strage degl innocenti, dove però di innocenti non ve ne sono in realtà e alla fine per lui non ci sarà nessuna forma di ricompensa, nessuna pace. Il Diavolo gli spara in pieno volto dopo avergli fatto firmare la sua confessione e Jakub morente si inerpica sul ramo di un albero, cieco, alla ricerca di una luce che non lo raggiungerà mai.

Il Diavolo stesso, nient’altro che la copia oscura del protagonista e iconograficamente ricalcata su Dostoevskij, è una figura perdente. Una volta ottenuti i nomi dei cospiratori, mentre verrà pagato dai suoi mandanti subirà anche una violenta critica: “Hai agito in modo immorale,” gli diranno. “Ti sei affiancato a lui come se avessi voluto rubargli l’anima. Quale anima?”. Un messaggio neanche troppo velato all’ateismo comunista.

Tecnicamente parlando abbiamo l’uso della camera a mano, che segue i personaggi tallonandoli, vibrando, roteando, diventando essa stessa un elemento vivente sul palcoscenico della vicenda. Le immagini che restituisce sono tremolanti e mosse, rispecchiano in pieno il clima di insicurezza e di follia che tutto il film vuole trasmettere. Attenzione però: non stiamo parlando di quel modo di filmare che origina soprattutto dalla scena dello sbarco in Saving private Ryan e che tanto ha preso piede negli anni Zero. Non siamo insomma di fronte alla Parkinson Cam. Non abbiamo immagini mosse fino allo sfinimento. Non dobbiamo fermarci ogni tanto pensando: “Che cosa diavolo (appunto) stiamo vedendo?”. La camera si muove perchè è vitale e vuole creare un tutt’uno con la performance degli attori che è carica, a volte quasi parodistica, a tratti richiama la recitazione degli attori negli anni del muto.  Il Diavolo e le donne hanno reazioni isteriche, crisi epilettiche e quella epilessia viene rimandata dalla telecamera allo spettatore, fornendoci una unione tra le nostre sensazioni e quelle di chi anima il film. I corpi tremano e si contorcono, si denudano e sanguinano, in un’oscena manifestazione terrena che vuole esteriorizzare tutto il male che i protagonisti hanno al loro interno.

Una nota particolare va anche alla colonna sonora, che vivacizza il film con accordi chitarristici rock del tutto inaspettati.

Nonostante le intenzioni del regista, il film verrà censurato e sequestrato, ufficialmente per la forte carica di violenza e di depravazione presenti. In realtà secondo lo stesso Żuławski il ministro della cultura sovietico avrebbe affermato: “Sospettiamo che non sia realmente un film sul 18° Secolo, ma non ne siamo sicuri.” Contro certe mentalità, insomma, sembra non esserci nessuno scampo e il Diavolo, in fin dei conti, ha sempre la strada spianata. Per ritrovare una visione del Diavolo altrettanto laica e ancorata al mondo terreno bisognerà aspettare più di trent’anni fino a quando quel genio di Lars von Trier ci regalerà il suo Antichrist e la sua descrizione maledetta della psiche umana.

Cose che i tuoi amici non capiranno mai: Rob Zombie

Ci sono diritti che sono acquisiti dalla nascita e altri che vanno conquistati con fatica e sudore. Entrambi hanno una cosa in comune: per perderli basta poco. Esattamente come ho perso il diritto di decidere quale film vedere con i miei amici, dopo che mi sono imposto per guardare La casa del Diavolo di Rob Zombie. Ma prima:

Succede che tu sei gasato a mille, continui a ripeterti che stai per elevare il livello delle serate cinematografiche dei tuoi amici, che finalmente riuscirai a staccarli dalle commedie con Renato Pozzetto. Una sera ti dicono che hanno visto La casa dei 1000 corpi. Peggio: hanno visto La casa dei 1000 corpi su Iris, spezzettato dalla pubblicità.

Eppure l’hanno apprezzato, da un certo punto di vista. Quindi il tuo diventa un dovere morale e l’uscirtene con un: “Oh, ragazzi, io ho il DVD del seguito, si intitola La casa del Diavolo [non stiamo qui a sindacare sui voli pindarici dei traduttori di titoli, ne potrebbe uscire un post a sè]. È troppo bello come film, dobbiamo vederlo tutti assieme,” è un tuo diritto/dovere inalienabile. Qualcosa nell’aria dovrebbe averti suggerito che forse non è il caso, che loro si aspettano un prodotto simile al film che hanno visto, tanta ironia, cazzate a profusione, orrore sì, ma di quello caciarone che non fa troppo male. In fondo La casa dei 1000 corpi è un gran film, di quelli che se conosci i modelli ispiratori puoi avere un fremito di piacere lungo il corpo ad ogni scena. Non è un mistero, il primo film di Rob Zombie è il remake non ufficiale di Non aprite quella porta (The Texas Chainsaw Massacre).

La cena in famiglia per antonomasia
La cena in famiglia per antonomasia

Nel 2003 Marcus Nispel realizza un remake e per questo si meriterebbe la pena subita dal Riccardelli ne Il secondo tragico Fantozzi, grazie Nis e non ci stressare più. Nel 2006, poi Jonathan Liebesman è riuscito a realizzare il prequel del remake che è anche peggio. Nispel ha poi diretto anche il remake di Venerdi 13, fregandolo a Liebesman e riuscendo nella non facile impresa di scippare un film ad un incapace per rovinare il ricordo di due classici dell’orrore. Non male.

La casa dei 1000 corpi è anch’esso del 2003. Potrebbe essere uscito prima del remake di Nispel, o forse dopo, ma non ha molta importanza e comunque non ho voglia di controllare. Quello che conta è che, confrontando i due film, non serve un genio per capire che Rob Zombie e chiunque si intenda un poco di cinema abbia commentato con un: “Nispel puppa la fava.”

Ma sto divagando. Dicevo delle migliori intenzioni nel proporre agli amici il seguito di questo cult movie istantaneo e di come loro non avessero la benchè minima idea di quali fossero i film ispiratori del primo episodio. Che di per sè non è un male, intendiamoci. Il film è godibilissimo visto a sè stante e in questo Rob Zombie è stato fantastico. Chiunque può vederlo e soffrire, esaltarsi e divertirsi con quello che è un prodotto da gustarsi di fronte a un bel boccale di birra, tra amici, senza troppe pippe mentali alla Mereghetti. Ma, se uno conosce il materiale di partenza, gode di più e comprende il lavoro che sta alla base della filosofia del regista. Ed è più preparato per digerire il suo seguito.

La casa del Diavolo abbandona l’idea dello slasher movie del capostipite. Non aprite quella porta è stato citato, analizzato e risputato. Ripetere la situazione del primo film sarebbe stupido e inutile. Rob Zombie decide di passare oltre e crea una geniale commistione tra il genere western e il film on the road. Se prima citava registi come Tobe Hooper, adesso il suo obiettivo è il Sam Peckinpah di Pat Garrett & Billy the Kid e, se vogliamo, i film di gangster in fuga come Bonnie and Clyde di Arthur Penn. La regia, che in La casa dei 1000 corpi è delirante, con un montaggio dinamico, veloce, fatto di inserti onirici, adesso diventa asciutta, classica. Qualcuno potrebbe tirare in ballo gente come Howard Hawks e John Ford. Rob Zombie si impone come un Clint Eastwood dell’orrore. La violenza stessa, che nel primo film era cartoonesca, qui diventa reale, malata, perversa.

La fuga dei membri della famiglia Firefly si concluderà poi in modo epico, riecheggiando in modo grandioso sia lo spirito di Peckinpah, sia citando (non so quanto volontariamente), il finale di Thelma & Louise, regalandoci anche un breve istante di empatia nei confronti di quelli che sono, va tenuto presente, degli psicopatici criminali.

Risultato: porti anche una bottiglia di whisky, che non si sa mai e invece non siamo andati oltre la metà del film, quando finisce l’intermezzo nella camera d’albergo (curiosamente la parte più simile a La casa dei 1000 corpi) e ogni diritto futuro di scegliere un film da vedere in compagnia andato perduto. Da allora il nome di Rob Zombie è diventato tabù.

Dopo La casa del Diavolo, Rob Zombie si è dedicato al remake di Halloween. Nonostante il risultato sia meno anarchico della coppia di film iniziale, comunque non faccio fatica ad immaginarmi la cantina del regista dove tiene Nispel e Liebesman legati ad una sedia ed ogni tanto scende per mollargli due ceffoni e dirgli: “D’ora in avanti i remake li fate così!”. Mentre il primo Halloween è piuttosto fedele all’originale e manca maggiormente della personalità del regista, il secondo si allontana dalla strada già tracciata e ne approfitta per inserire una curiosa ed originale variazione, in cui Laurie subisce un maggiore legame con Michael e il retaggio della sua famiglia.

Dopo alcuni curiosi progetti, quali The haunted wolrd of El Superbeasto, quest’anno è infine uscito Le streghe di Salem, in cui la visione cinematografica di Rob Zombie si complica ulteriormente, diventando più barocca, decisamente più pregna di simbolismi e di messaggi nascosti. Il film è sicuramente il più personale e il più complesso del regista-rocker ed è stato accompagnato anche dalla versione cartacea del film, scritta dallo stesso Zombie. Da notare che il romanzo non è la pedissequa trasposizione di quanto visto su schermo, ma diverge in più punti, trasformando il libro in un’opera a sè stante.

Insomma, se inizialmente Rob Zombie poteva essere visto come il Quentin Tarantino dell’orrore, definizione che poteva anche essere giustificata sia per l’enorme cultura cinematografica sciorinata a suon di citazioni nei suoi film e per via della sua presenza tra i fake trailer di Grindhouse (il fantastico Werewolf women of the SS), opera dopo opera questa etichetta sta diventando sempre più obsoleta e semplicistica.

Poi, sia chiaro: tra il comunque godibilissimo Machete e Werewolf women of the SS, se avessi dovuto votare quale trailer trasformare in film sarebbe stato quest’ultimo. Due motivi su tutti: Nicolas Cage che interpreta Fu Manchu nella sua migliore interpretazione degli ultimi dieci/quindici anni e lei, Sheri Moon, musa del regista presente in tutti i suoi film e, diciamolo, ragazza alquanto graziosa.

Un buon motivo per vedere i film di Rob Zombie
Un buon motivo per vedere i film di Rob Zombie

Il flusso dei chiodi da nove pollici

Niente male iTunes, ultimamente. Dopo aver mandato in free preview l’album di John Mayer, adesso mette a disposizione Hesitation Marks, il nuovo album dei Nine Inch Nails, una settimana prima della sua pubblicazione ufficiale.

Ora considerando che a Trent Reznor, dopo la colonna sonora realizzata per The Social Network con la collaborazione di Atticus Ross, voglio un bene dell’anima, non posso non rallegrarmene.

Storie nascoste di un Paese senza memoria

L’Italia non è mai stata unita. Questo sarebbe l’incipit perfetto per un romanzo di storia alternativa, perfetto equivalente de “L’America non è mai stata innocente” di James Ellroy. L’Italia è sempre stata divisa in piccoli Stati impegnati a combattersi tra di loro. La sua unità era il sogno di alcune genti che hanno voluto realizzare un’impresa impossibile basandosi su un passato che non sarebbe mai stato possibile replicare. La Grande Roma era crollata sotto il peso dei barbari, l’Impero era collassato e gli invasori avevano banchettato con i resti dei vinti. Dalla frammentazione che ne era nata, non poteva nascere un popolo unito. Possiamo vederlo ancora adesso. Ci sono due, tre, venti italie e ognuna di esse odia le altre. Abbiamo l’Italia di Destra e l’Italia di Sinistra. Quella del Nord, contro quella del Sud. L’Italia dei cervelloni e quella dei mantenuti. L’Italia dei politici. L’Italia di quelli che vorrebbero essere tedeschi e di quelli che vorrebbero essere svizzeri. L’Italia dei sognatori e quella degli sconfitti. L’Italia dello Stato e l’Italia della mafia.

Chi ha versato il sangue, nel corso delle guerre, lo ha fatto per un sogno che non si è avverato, al di là delle istituzioni.

La mancanza di un senso unitario si riflette nella mancanza di un’epica che narri la nascita del Paese. Pensateci. Tutti noi vediamo la nascita dell’Italia come composta da una scampagnata realizzata da un migliaio di straccioni in camicia rossa, partiti da un piccolo porto con quattro barchette e che man mano che scendevano attraverso la penisola trovavano la gente pronta a consegnarli le chiavi di casa con un sorriso stampato in faccia. La realtà è stata ben diversa. Ci sono state battaglie, sangue, fango, linciaggi. La violenza del popolo contro il popolo. Ideali che sono stati traditi e altri che sono nati dalla morte e dalla sofferenza.

Eppure di tutto questo nella nostra storia raccontata non rimane niente. Le statue che vediamo nelle nostre città non ci raccontano nulla, sono solo ornamenti inutili buoni a farsi corrodere dallo smog e dalla merda di piccione.

L’America ama i suoi padri fondatori, rispetta chi ha lottato per la sua creazione. Un Paese senza storia ha creato l’epica della propria costruzione, trasfigurandola in un genere per tutti, il western. Le guerre indiane, la folle costruzione della linea ferroviaria, la schiavizzazione dei neri e la Guerra d’Indipendenza. Tutto questo è stato assimilato, elaborato, magnificato. Certo, tutto è stato filtrato attraverso gli stili e le menti delle varie epoche. I nativi americani prima sono stati i cattivi per antonomasia, poi sono diventate le vittime di un genocidio. I sudisti erano i cattivi, poi sono diventati combattenti esattamente come i nordisti, uomini mandati al macello per perseguire scopi economici più o meno nobili. Ma tutto è stato raccontato. Alamo. Pat Garrett e Billy the Kid. Su, su, fino alle Guerre Mondiali, alla Guerra del Vietnam, la Storia segreta di James Ellroy, tra CIA, FBI, Cuba, la Guerra Fredda e tutto quello che rappresenta il cuore vivente di una Nazione.

Da noi in Italia, per anni niente di tutto questo è successo. Abbiamo pochissimi esempi di tentativi di creare il nostro mito fondante. C’è Il Gattopardo. Poi c’è un buco nero. Per il nostro cinema e per la nostra letteratura, l’Italia ha valenza narrativa solo dal dopoguerra in poi. Quello che c’è stato prima non attira. Paradossalmente, noi italiani abbiamo contribuito maggiormente alla creazione del loro mito, grazie agli spaghetti western.

Negli ultimi anni sono stati fatti alcuni tentativi di dare una maggiore realtà e consistenza sia alle storie dell’unità italiana sia alla sua Storia recente. Nel campo letterario abbiamo potuto assistere alla nascita del movimento noto come New Italian Epic, così battezzato da Wu Ming 1 nel 2008. Questo movimento letterario comprende molte opere scritte a partire dal 1993 ed è composto da romanzi in cui, accanto a ricostruzioni storiche accurate si accompagnano altre caratteristiche quali: una commistione tra ricercatezza stilistica (punti di vista particolari, soluzioni narrative inconsuete, ricercatezza lessicale), complessità delle trame e atteggiamento “pop”; rifiuto dell’ironia del romanzo postmoderno; rifiuto della storia ufficiale e ricorso a ucronie e storie alternative.

Tra i grandi esponenti del New Italian Epic abbiamo il collettivo bolognese Wu Ming, nato Luther Blissett con il romanzo Q, che ha come scopo principe quello di riportare alla luce storie d’Italia che rischiano di essere dimenticate. Ecco allora che abbiamo i romanzi (alcuni scritti dall’intero collettivo, altri solo da alcuni componenti): 54, sull’Italia post-bellica, Timira sull’Italia coloniale, Point Lenana che racconta di un’incredibile evasione da un campo di prigionia inglese in Africa, Asce di guerra dove si narra dell’ormai dimenticata partecipazione degli italiani alle guerre in Indocina negli anni ’50.

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Proprio dal NIE nasce un tentativo di svecchiare l’immagine del Risorgimento nel 2008 dalla coppia Valerio Evangelisti e Antonio Moresco, con il loro libro Controinsurrezioni. Nella sua metà, Evangelisti mette in mostra la caduta dello Stato Pontificio, descritta in tutta la sua crudezza ed umanità, tra preti linciati, prostitute e scoregge; Moresco, invece, imbastisce una curiosa trama che mescola Leopardi e la batracomiomachia, il rivoluzionario Pisacane e un acceleratore di particelle e un paio di attori porno.

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Anche Umberto Eco, forse fuori tempo massimo, cerca di dare nuovo fulgore al Risorgimento con il suo Il cimitero di Praga, anche qui affidando il compito di narrare le vicende segrete che hanno coinvolto Garibaldi e Cavour, i carbonari e gli anarchici, traghettando il Paese alla sua nascita, ad un losco doppiogiochista impegnato a stringere accordi e a tessere trame pensando più al proprio tornaconto, dando tra le altre cose vita ai Protocolli dei savi di Sion, che verranno poi usati anche da Hitler quale elemento fondante della sua propaganda anti-ebraica. Il risultato forse non sarà ai livelli del miglior Eco, ma comunque è un’ottima lettura.

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Al cinema, invece, mentre gli anni del dopoguerra in primis e, successivamente gli Anni di Piombo, hanno comunque avuto un trattamento più o meno decente, il Risorgimento latita. Solo nel 2010 abbiamo Noi credevamo, di Mario Martone, film monstre che racconta la storia di tre ragazzi del Cilento aderenti alla Giovine Italia di Mazzini.Il film è stato snobbato, lasciando poche tracce e, soprattutto, dando poche speranze per la realizzazione di opere simili (non vogliamo qui considerare le fiction tv che, al contrario di quanto realizzato in altre Nazioni, da noi sono ancora per lo più opere di scarso, se non totalmente assente, valore).

Pensando all’incredibile bacino di storie rappresentato da quegli anni, non possiamo non esserne rammaricati.

La polizia ringrazia

È il 1972. Sono trascorsi quattro anni dai movimenti giovanili del ’68 e in Italia stanno cominciando i famigerati Anni di Piombo. La strage di Piazza Fontana è del 1969, nel 1970 viene fatta scoppiare una bomba nella stazione di Gioia Tauro, nella notte tra il 7 e l’8 Dicembre dello stesso anno fallisce il golpe Borghese. L’anarchico Pinelli che nel ’69 muore cadendo da una finestra della Questura durante gli interrogatori sulla bomba di Piazza Fontana e la morte di Giorgiana Masi nel 1971 hanno minato la fiducia delle persone nella polizia, vista come uno strumento di repressione fascista. Rapine, attentati, gambizzazioni e omicidi, scontri di piazza tra movimenti di Destra e di Sinistra, tutto contribuisce a creare nel Paese un clima di pericolo e tensione. In quegli anni sembrerà che la Democrazia sia ad un passo dalla fine.

Mentre in quegli anni gli sforzi della stampa e degli organi di informazione saranno rivolti al tentativo di indicare il terrorismo rosso come principale colpevole delle morti che stanno sconvolgendo l’Italia, il mondo del cinema, a sorpresa, interpreta alla perferzione la situazione e reagisce con un film dalla capacità di analisi e di predizione del futuro quantomeno sconcertante.

Il film in questione è La polizia ringrazia, per la regia di Steno. Steno non è altro che il nome d’arte di Stefano Vanzina, autore di altri film importantissimi quali Guardie e ladri (insieme all’altro gigante della cinematografia italiana, Mario Monicelli) o Febbre da cavallo; nota a margine, Stefano Vanzina è anche padre di Enrico e Carlo Vanzina, autori di tante commediacce anni ’90 e 2000 con il gruppo Boldi, Greggio e De Sica.

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Con questo film, Steno darà il via al cosiddetto genere poliziottesco, una serie di film polizieschi in cui, esattamente come nell’horror, si prenderanno gli elementi fondanti del genere per estremizzarli. Accanto a questa spettacolarizzazione, però, viene aggiunto anche un profondo sottotesto sociale e politico, particolarmente evidente in questo primo film.

La trama è presto detta: l’opinione pubblica viene sconvolta da una rapina compiuta da due malviventi a seguito della quale due cittadini vengono ammazzati e una giovane ragazza rapita. La polizia inizia le sue ricerche, guidata dal commissario Bertone, mentre contemporaneamente per la città gira una squadra di vigilantes che si occupa dell’esecuzione dei criminali, in sostituzione della polizia. Mentre Bertone continua la sua caccia all’uomo, indaga anche su questa banda, nell’indifferenza generale dei suoi superiori che vogliono considerare gli omicidi come normali regolamenti di conti tra criminali. Con il proseguire delle indagini, Bertone scoprirà che dietro alla banda si muove un gruppo di politici, magistrati e magnati della finanza, il cui scopo è sfruttare la situazione di violenza e caos che si sta creando per condizionare l’opinione pubblica e predisporre il tutto per un colpo di stato e l’instaurazione di una dittatura.  Il film si conclude con l’omicidio dello stesso Bertone, tradito dai suoi stessi colleghi e incapace di affrontare l’orrore che si sta scatenando.

Vedendo adesso questo film, e alla luce delle scoperte fatte a seguito delle indagini svolte su quegli anni sanguinosi, non si può non restare sorpresi dalla perfetta descrizione delle forze in campo che viene fatta. L’infiltrazione delle forze dello Stato nella malavita, usata per condizionare una parte sempre più consistente dell’opinione pubblica è adesso un elemento ben noto e accettato, stiamo parlando di quella che è stata definita strategia della tensione. Tutto il film può essere visto come una drammatizzazione di quello che fu il già indicato fallito tentativo di golpe del 1970, nonchè come un monito per quelli che sarebbero stati gli anni a venire.

Non si deve però pensare a La polizia ringrazia come ad un film di denuncia, documentato, freddo, scientifico. Siamo di fronte invece ad un prodotto d’intrattenimento intelligente ed ottimamente confezionato. L’azione non manca, le scene di violenza non mancano e, anzi, come detto vogliono spingersi al massimo possibile per sconvolgere lo spettatore, con quella tipica voglia di stupire che costituisce il cinema di quei tempi.

La sceneggiatura è perfettamente congegnata, le scene si incastrano alla perfezione e non abbiamo mai cadute di tono o momenti morti. Tutto avviene seguendo una logica e lo spettatore viene condotto verso quel finale tanto amaro quanto inevitabile. La colonna sonora, di Stelvio Cipriani, potrebbe tranquillamente essere usata in un film contemporaneo: tesa, vibrante, fa da perfetto contrappunto alle scene che vengono mostrate su schermo.

Ma dove il film riesce meglio, è nella descrizione del personaggio di Bertone: se, negli anni futuri, la figura del poliziotto outsider che indaga da solo contro la volontà dei propri superiori diventerà uno stereotipo abbozzato, un clichè, in questo caso il tutto è figlio del tempo in cui il film viene realizzato. Il senso di impotenza che Bertone prova, è lo stesso che prova la gente in quegli anni, l’inadeguatezza della polizia e della macchina giudiziaria mostrata nel film è la stessa che caratterizza quegli anni, travolti da un’ondata di violenza senza pari. Inoltre, Bertone non è un giustizialista sfrenato che vuole opporsi alla legge e non vuole accettare che qualcuno si sostituisca alla polizia. Quando la squadra clandestina anticrimine entra in azione e inizia a uccidere i criminali, lui è uno dei pochi ad indagare attivamente per scoprire i colpevoli ed arrestarli, contrariamente ad altri suoi colleghi che invece ritengono non sia necessario fermarli. Questo perchè Bertone si rende conto di come accettare pacificamente una cosa simile significhi aprire le porte ad un escalation che non possa non portare ad altro che alla dittatura. Nel momento in cui i rappresentanti dello Stato perdono di significato e di autorità, nel momento in cui le leggi cessano di avere validità, allora la Democrazia crolla.

Questo è il grande messaggio del film, che contrariamente ad altri suoi epigoni futuri, non si può definire giustizialista tout-cour.

Note a margine: oltre all’ottima interpretazione di Enrico Maria Salerno nei panni di Bertone, abbiamo le buone prove di Mariangela Melato e Mario Adorf. Il produttore Roberto Infascelli è il padre del regista Alex. Un mese dopo l’uscita del film, nel maggio 1972 verrà ucciso il commissario Calabresi, all’epoca colpevole secondo molti della morte di Pinelli e bersaglio per lungo di tempo di una feroce campagna stampa nei suoi confronti.

La DC ci prova

Sul serio, uno si sveglia la mattina e ha delle certezze. Ad esempio che la DC si stia impegnando davvero un mondo per sfruttare al meglio i due personaggi più famosi della sua scuderia: Batman e Superman. Del primo è riuscita nel miracolo di farci dimenticare quelle boiate di Batman Forever e Batman & Robin (Joel Schumacher, se odiavi tanto il pipistrello, chi te lo ha fatto fare di dirigerlo, eh? Due volte, poi), grazie a quel genio di Christopher Nolan. Anche se, bisogna ammetterlo, il terzo film presenta qualche imperfezione di troppo se paragonato ai primi due, ma ha comunque incassato una montagna di soldi e concluso più che dignitosamente una trilogia su cui all’inizio in pochi avrebbero scommesso ben poco.

Quindi, Batman era sistemato. Per Superman ci stava lavorando e sebbene l’ultimo Man of Steel fosse ben lontano dalla perfezione, siamo lontani anni luce dall’orrendo Superman IV e, con i suoi 650 milioni di dollari incassati nel mondo e con un po’ di buon lavoro, ci si poteva cavare un buon secondo film, in cui magari cercare un maggiore bilanciamento tra il realismo voluto da Nolan (in veste di produttore) e l’esasperazione visiva di Snyder. Niente che dei buoni sceneggiatori e un regista dalla mano ferma non potessero non sistemare.

Poi ecco che prima giunge la notizia che la DC vuole realizzare il crossover tra Batman e Superman. E già lì, un po’ ho arricciato il naso, perchè come detto Batman era buono ma in calando, Superman buono ancora non lo era ma era comunque in crescendo e quindi nella mia umile opinione c’era bisogno almeno di un film per l’eroe con le mutande sopra i pantaloni prima di giungere alla loro unione cinematografica. Ma vabbè, uno dice che quelli della DC non ammazzerebbero mai le loro galline dalle uova d’oro e che, comunque, con una buona scrittura e un buon casting ne poteva uscire qualcosa di buono.

Ecco: un buon casting. Come anche i morti sapranno, dopo il terzo film Christian Bale aveva dichiarato che non avrebbe voluto girare un quarto Batman, figuriamoci questo crossover. Di conseguenza uno si scervella dicendosi: devono sostituire Bale nella parte del Cavaliere Mascherato; Bale, dico, non un attore qualsiasi nascosto da una maschera, ma uno capace di prestazioni come in L’uomo senza sonno o in The Fighter, uno che ha interpretato la follia in American Psycho e che già da piccolo aveva fatto ottime cose con Spielberg. Quelli della DC si faranno il culo a strisce per trovare un altro buon attore che, anche se non a quel livello, comunque non sia molto al di sotto.

Ed è con queste convinzioni che uno va a letto la sera. Per poi svegliarsi la mattina e scoprire questo: http://www.ilpost.it/2013/08/23/ben-affleck-batman/. Ok, avete letto bene. Il nuovo Batman sarà Ben Affleck.

Quel Ben Affleck. Quello che dopo essere partito a mille con Good Will Hunting vincendo l’Oscar per la miglior sceneggiatura e dimostrando da subito di essere molto meglio dovunque, purchè non di fronte ad una cinepresa. Quello che ha recitato in Daredevil, film che ha fatto rimpiangere a molti spettatori di non essere loro i ciechi. Quello di Gigli, uno dei film peggiori della storia del cinema. Quello di Pearl Harbor.

Quello.

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Ragazzi, ma se tengo la barba di Argo posso dare più spessore al mio Batman?

E le tue certezze svaniscono, come lacrime nella pioggia.

Lo stai facendo giusto

Che gli vuoi dire a un tizio così? Uno che ha interpretato il miglior poliziotto psicopatico della storia, che ha praticamente indicato a mezzo mondo come vanno fatti i film post-apocalittici, che ha ucciso Gesù nel modo più doloroso mai mostrato nella storia dell’umanità, che ha sconfitto gli inglesi e la loro terribile cavalleria, ha mostrato a tutti che i Maya erano dei cazzoni prima ancora della mania per il 21 Dicembre e che nel mezzo di tutto ciò ha avuto un migliaio di figli, ha divorziato, è diventato un ubriacone, ha sparato un po’ di invettive cripto-naziste e soprattutto ha fatto un film con Jodie Foster e un castoro peluche? Cosa vuoi dirgli, se dopo tutto questo, ti recita nei due film spaccatutto più attesi della stagione, ovvero Machete Kills e The Expendables 3? E se si presenta sul set così?

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Lo stai facendo giusto, Mel. Lo stai facendo giusto.

Una (strana) Educazione Siberiana

Ringraziando il cielo c’è Gabriele Salvatores che ancora cerca di far uscire il cinema italiano dalle proverbiali “quattro mura” in cui solitamente vengono segregate le sue storie. Nel corso della sua carriera cinematografica non ha avuto timore di affrontare i più svariati generi: c’è il road movie di Marrakech Express e Turnè; il war movie di Mediterraneo; addirittura la fantascienza, un genere mai veramente sentito in Italia,al contrario dell’horror con Nirvana; quello strano oggetto che è Denti, in cui abbiamo un Paolo Villaggio per una volta lontano dalla maschera che si è cucito addosso per tutti gli ultimi trent’anni della sua carriera; il noir atipico di Come Dio comanda e il crime movie di Io non ho paura; la commedia di Happy Family.
Insomma, tutto lo spettro possibile per un cineasta è stato coperto, a volte con estremo successo e con risultati artistici apprezzabilissimi. Non sorprende quindi che Salvatores si sia preso carico della trasposizione del bel libro di Nicolai Lilin Educazione Siberiana. Chi altri avrebbe potuto farlo?Immagine

La trasposizione che ne viene fatta però è strana e straniante per chi ha letto il libro e a volte troppo semplicistica. Particolare strano, al soggetto del film ha lavorato proprio lo stesso Lilin, quindi non si può parlare di tradimento dell’opera originale. Quanto visto su schermo è quanto previsto dall’autore, quindi da quel punto di vista non si possono fare polemiche.

Da un lato la descrizione che viene fatta della comunità criminale siberiana, per quanto molto semplificata rispetto ai mille dettagli forniti nel libro, è coerente e fedele a quanto si è letto. Il disgusto nei confronti dei soldi e della ricchezza in generale, la visione che i criminali hanno di loro stessi come di criminali onesti, la protezione della comunità e dei più deboli ed indifesi (come i cosiddetti pazzi, che vengono chiamati “voluti da Dio” e che vengono visti come esseri superiori in comunicazione con il Signore), la totale mancanza di riconoscimento nei confronti di qualsiasi ente politico o militare che non sia interno alla comunità stessa. Ecco, tutti questi elementi presenti nel libro vengono magnificamente espressi anche nel film.

Quello che viene fatto, però, è prendere uno degli episodi più corposi e centrali narrati nel libro (abbastanza logicamente visto che già leggendolo se ne potevano intuire le potenzialità filmiche) e sconvolgerne il senso, usandolo per narrare altro. Mi spiego: nel libro, una ragazzina con problemi mentali molto attaccata al protagonista Kolima, subisce una violenza sessuale portando così nella comunità in cui vive oltre al dolore per l’atto subito in sè, anche l’obbligo di una vendetta per evitare il castigo derivante dal non essere riusciti a proteggere uno dei “voluti da Dio”. Inizia così una caccia all’uomo negli ambienti criminali della città affidata a Kolima e ai suoi amici, tra cui Gagarin. Nel libro, la ricerca dei colpevoli è un magnifico pretesto per descrivere tutto il substrato criminale che permea la città, suddivisa in settori in base alle etnie criminali (ucraine, georgiane, russe, ecc…) e ai vari racket che le caratterizzano. Per Kolima, inoltre, questa sarà un’iniziazione importantissima, poichè per la prima volta in vita sua verrà concesso il permesso di portare una pistola e di usarla. Alla fine delle loro indagini, tra pestaggi e sbronze, si scoprirà che i colpevoli sono degli ucraini il cui scopo era di compiere svariati atti criminali (rapine, omicidi e stupri), per destabilizzare le comunità criminali della zona e riuscire a imporre un loro giro, il tutto aiutati da un elemento interno di una delle dette comunità.  Nel film, invece, il colpevole risulterà essere l’amico d’infanzia di Kolima, Gagarin che già durante tutto il film mostra un disprezzo nei confronti delle tradizioni siberiane, con il suo desiderio di arricchirsi e di vivere secondo i dettami della più comune, ed occidentale, mafia russa rappresentata dal gruppo del Seme Nero. Kolima, dopo aver scoperto la verità e dopo la scomparsa di Gagarin, si arruolerà nell’esercito per ritrovarlo e giustiziarlo.

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Quello che nel libro era un pretesto per raccontare la frammentata comunità criminale, per evidenziarne le differenti composizioni etniche e culturali e per raccontarne le diverse tradizioni ed ideali, nel film invece diventa il motore per raccontare una più generica distinzione tra un gruppo criminale, quello siberiano, e il più generico mondo criminale classico. Inoltre, l’inserimento della rivalità tra Kolima e Gagarin, uno attaccato al passato, l’altro teso al futuro, per quanto efficace narrativamente, non brilla certamente per originalità. La forza del libro, costituita dal raccontare in modo documentaristico e con cipiglio quasi scientifico una complessa realtà criminale, risulta smorzata nel film, preferendo aderire maggiormente ai canoni del cinema criminale. Non che questo sia necessariamente una brutta cosa, intendiamoci. Salvatores è un ottimo regista e il ritmo nel film è ben sostenuto e il tutto viene raccontato con maestria. Non si tratta in definitiva di un brutto film, tutt’altro. Come ho detto all’inizio dell’articolo, bisogna ringraziare il fatto di avere un regista come Salvatores e questo suo ultimo film lo conferma. Quello che però non garantisce di avere un completo apprezzamento del film è una sua qual certa semplicità e mancanza di originalità, già evidente anche per chi non avesse letto il materiale d’origine, e per questo motivo ancora più fastidiosa per chi lo abbia fatto.

Da annotare infine la coraggiosa scelta di casting. Escludendo i professionisti John Malkovich, Peter Stormare e Eleanor Tomlinson, tutti gli altri attori sono lituani alla loro prima esperienza. Questo credo spieghi anche il perchè del forte accento russo posto da Malkovich nella sua recitazione per evitare di creare un eccessivo distacco tra la sua pronuncia inglese e quella di tutti gli altri attori coinvolti.